You told me everything about a PoisonApple

Se mi fossi lasciato sfuggire l’offertona di una decina di giorni fa presso i negozi @Work di Torino, non me lo sarei mai perdonato. Ecco dunque l’ultimo arrivato in casa SukkoPera:

Chiudendo un occhio sulla mia ridicola sagoma riflessa ;), si tratta di un iMac 24 pollici (ora fuori produzione) revisionato e perfettamente funzionante, portato a casa a 599 Euro.

Ovviamente, ero e rimango un utente GNU/Linux, per cui il mio primo lavoro su tale mirabolante macchina è stato quello di installarci MacOS X e Slackware in dual boot. Quelli che seguono sono i passi che ho seguito. So che ci sono centinaia di guide al dual-boot in giro per la rete, ma io non ne ho seguita nemmeno una ed ho fatto di testa mia, come da Slackwarista D.O.C. ;).

  1. Avviare dal DVD di MacOS X Snow Leopard (tenendo premuto ‘C’ all’accesione).
  2. Quando compare la prima schermata, dal menù Utility lanciare l’Utility Disco.
  3. Partizionare il disco come desiderato. Il mio iMac ha un disco da 320 GB, che ho così suddiviso:
    • /dev/sda1: Partizione di sistema EFI
    • /dev/sda2 (70 GB): MacOS X
    • /dev/sda3 (50 GB): Slackware
    • /dev/sda4 (200 GB): Dati

    Ignorando quella di sistema, la prima partizione è quella che ho poi indicato come target dell’installazione; la seconda è stata temporaneamente lasciata come spazio libero; per la terza ho scelto il filesystem HFS+ senza journal (vedremo dopo perché).

  4. Installare MacOS X a piacimento.
     
     
  5. Avviare il MacOS X appena installato e installare rEFIt.
  6. Riavviare il Mac due volte, finché non compare il menù di rEFIt, quindi da esso lanciare il Partitioning Tool e sincronizzare le tabelle delle partizioni.
  7. Avviare dal GParted Live CD (o equivalente, come ad esempio SystemRescueCd) e creare una partizione ext4 (o con il filesystem Linux preferito) nello spazio precedentemente lasciato libero. Questo è necessario perché, per poter ospitare senza troppe complicazione MacOS X e GNU/Linux, il disco deve avere una tabella delle partizioni ibrida GPT/MBR. Se creassimo la partizione con il classico (c)fdisk, la partizione sarebbe unicamente visibile nella struttura MBR e non sarebbe possibile avviarla.
  8. Riavviare, lanciare il Partitioning Tool di rEFIt e sincronizzare nuovamente le tabelle delle partizioni.
  9. Avviare dal DVD di Slackware e procedere all’installazione nella partizione appena creata.
     
     
  10. Godersi il dual boot :).
     

Credo che si potesse evitare il passaggio 6 semplicemente non lasciando la partizione come spazio libero, ma formattandola con qualunque filesystem e riformattandola poi come necessario durante l’installazione di Slackware. Forse avrei anche potuto crearla da Utility Disco ma non ci ho pensato subito, ed ho preferito riportare la procedura esattamente come l’ho svolta.

La più grande pecca di questa procedura, dovuta alla mia scarsa familiarità con EFI e la GPT (in particolare non ho idea se si possano utilizzare più di 4 partizioni con la tabella ibrida, cosa che richiederebbe l’utilizzo di partizioni estese nella struttura MBR), è che ho dovuto installare Slackware interamente in una partizione, senza suddividere / da /var e /boot come mi piace tanto fare. Addirittura, non ho potuto creare nemmeno una partizione di swap! Mi adatterò utilizzando un banale file di swap, sperando che le performance non ne risentano troppo (suvvia, in fondo la belva ha 2 GB di RAM! :p ).

La scelta del filesystem HFS+ non journaled per la partizione dei dati è dovuta al fatto che Linux è in grado di montare tale filesystem in lettura e scrittura, mentre se avessi attivato il journaling, Linux avrebbe montato la partizione read-only. In questo modo ho a disposizione parecchio spazio per scambiare dati tra i due sistemi operativi, anche se al prezzo di qualche pericolo in più in caso di spegnimento “irregolare” della macchina, ma in fondo ho un UPS mica per niente! :)

Vi terrò aggiornati su ulteriori esperimenti!

Volume Drums

Ho scoperto solo oggi il sito web della nuova azienda di Tullio Granatello. Forse però non tutti conoscono il personaggio in questione. Si tratta del (secondo) batterista dei Jumbo, gruppo progressive italiano in attività nei primi anni ’70. La sua carriera di musicista crea in lui una certa insoddisfazione verso le batterie disponibili sul mercato, tanto da fargli decidere di mettersi a costruire batterie da solo, fondando, nel 1984,  Tamburo.

La produzione di Tamburo è prettamente artigianale, e introduce per prima nel mondo delle batterie alcune innovazioni, la più famosa delle quali è sicuramente quella dei fusti costruiti con doghe di legno massello, piuttosto che nel modo classico a fasce. In questo modo, Tamburo matura rapidamente un discreto successo, nonostante i prezzi piuttosto alti dei proprio strumenti, imputabili all’artigianalità della produzione.

Nei primi anni ’90, però, Tullio decide di vendere la sua azienda al gruppo Proel, che da allora è proprietario del marchio Tamburo. Nonostante egli stesso rimanga nelle vesti di collaboratore, è opinione comune che il passaggio di mano abbia influito negativamente sulla qualità degli strumenti, dato che la produzione si sposta verso l’approccio industriale, mantenendo l’artigianalità solo sulle linee top di gamma. In compenso il prezzo dei prodotti scende progressivamente, e ciò fa sì che oggi Tamburo sia uno dei produttori di batterie con il miglior rapporto qualità/prezzo (altrimenti non ne avrei una io stesso, eh eh :) ).

Dopo parecchi anni di inattività, il nostro Tullio decide dunque di creare una nuova azienda, nel tentativo di bissare il successo di Tamburo: la nuova azienda si chiama Volume Drums, e si concentra principalmente sulla produzione di batterie in acrilico (plexiglass, insomma!), come spiega lo stesso Tullio nel seguente video, in cui presenta la sua nuova creatura:

La particolarità di questi nuovi prodotti è che i fusti non sono creati piegando a caldo una lastra e saldandola (tecnica con cui sono realizzate la maggior parte delle batterie in acrilico), bensì vengono ottenuti tramite centrifugazione. L’assenza di saldature conferisce al fusto particolari qualità di elasticità, come evidenziato nel filmato.

Le batterie in acrilico costituiscono la serie Lightdrum, e sono disponibili in 3 tipi di colorazione: completamente trasparente (Lightset), trasparente colorato (Colorlight) e con grafiche a spirale dipinte all’interno di fusti trasparenti (Spiralight), che richiamano un po’ alcune Vistalite della Ludwig. Oltre alla linea in acrilico, l’azienda produce anche batterie “tradizionali” in acero (Maple Series) e, come è lecito aspettarsi, con fusti a doghe (Original Series, probabilmente l’unica linea che a suo tempo non fu venduta a Proel). Tutte montano il sistema RIMS per la sospensione dei tom (argomento che meriterebbe un articolo dedicato, ma per ora accontentatevi di questo link) e di particolari tiranti (Hi-Tension) pensati per distribuire la tensione sull’intera superficie laterale del tamburo, piuttosto che in un unico punto come avviene con i tiranti classici.

Esteticamente, queste batterie a me fanno assolutamente impazzire. Quanto al suono, l’azienda stessa le pubblicizza come le batterie “con il range di accordatura piu ampio al mondo”, ed i seguenti video sembrano darle ragione:

Purtroppo non ho scoperto in tempo l’evento del 24 luglio in provincia di Alessandria, in cui lo stesso Tullio presentava l’azienda, altrimenti sarei andato sicuramente a sentire di persona :(. In ogni caso, il prezzo non è nemmeno troppo proibitivo (1000-1500 Euro per una Spiralight), per cui potrei iniziare a considerare seriamente l’idea di comprare una terza batteria…

Concludo con una chicca di stampo Kraftwerkiano:

Pride (In the Name of Love)

Visto che Noko è stato così clemente con le registrazioni di Angel of Harlem, ho deciso di registrare – sempre col metodo Recorderman – anche Pride (In the Name of Love), sempre degli U2, che so che gli piace tanto. Per cui, without further ado:

Ovviamente anche questa volta la migliore esecuzione è stata fagocitata da qualche errore/malfunzionamento (Devo farmi una nota mentale: non premere Mute quando si vuole registrare), e la versione di cui sopra è suonata in modo orribile (e fuori tempo) durante l’assolo di chitarra (e non solo). Pazienza, intanto ormai dovreste sapere che sono scarso :). Ecco qua la versione solo batteria:

In realtà, oltre che per stimolare il piacere di Noko, ho effettuato questa ulteriore registrazione per fare sentire un po’ meglio come vengono registrati i tom, per cui prestate attenzione più a questi, che all’esecuzione :).