A pain that I’m used to

Mercoledì 7 dicembre: alle 17.50 decido che sono stufo di lavorare e mi reco alla fermata dell’autobus che mi porterà in stazione, da dove tornerò a casa col treno delle 18.20. La fermata è già piena di gente, e continua ad arrivarne, ma nessun autobus (e dire che ce ne sono 4 utili su 5 che passano di lì!) si vede all’orizzonte. Finalmente alle 18.10 ne arriva uno, ovviamente strapieno, e non riesco a salire. Bestemmiando perché ormai avrei perso il treno, mi rassegno ad attendere il successivo. Alle 18.12 ne arrivano ben due, al che salto sul primo e, incredibile dictu, nonostante il traffico torinese, alle 18.18 sono in stazione, anche se nessun autobus si era mai fermato così in fondo al marciapiede… Come morso dalla tarantola corro in stazione, solo per scoprire che il 18.20 è stato soppresso, così, su due piedi. Primo treno utile: 19.15, oppure Intercity alle 19.10. Mi metto così in coda all’ufficio informazioni per sapere se posso scansare il supplemento, dato che non prenderò quel treno per volontà mia… (il 19.15 fa mooolte più fermate). Pare di no, così mi switcho verso la coda della biglietteria. Dopo solo 20 minuti arriva il mio turno, ma la bigliettara, bersaglio della mia inkazzatura, mi dice che posso provare a parlare con l’assistenza clienti. Lì, dopo altri soli 5 minuti di coda scopro che posso prendere l’Intercity senza supplemento. Con incredibile gioia, alle 20.30 sono a casa.

Pensavo che questo sarebbe stato l’ultimo skazzo, dato che domenica 11 sarebbe entrato in vigore un nuovo orario, che – copia-incolla dal sito di Trenitalia – prevede una riorganizzazione dei servizi ferroviari sulle linee Torino – Bologna e Torino – Genova che punterà a semplificare i flussi di traffico e a diminuire i conflitti di orario, creando quindi le premesse per una maggiore puntualità e un migliore servizio e potenziando l’offerta complessiva (più treni, maggiore frequenza), ed ero moooolto fiducioso che la qualità del servizio (scesa a livelli più che infimi a novembre) sarebbe davvero migliorata.

L’inizio non è dei migliori: lunedì 12 dicembre c’è sciopero, per qualche motivo sconosciuto. Martedì 12 ho un colloquio con il boss del laboratorio alle 10.00. Programmo quindi di prendere il nuovo treno delle 8.29, il cui arrivo è previsto a Torino per le 9.40, quindi con largo anticipo. Tuttavia, mi prendo la libertà di scambiare il mio colloquio con quello del NoKo alle 10.30, per ulteriore sicurezza. Morale: complice una nuova assenza di autobus a breve termine, arrivo al Poli alle 10.35. Fortunatemente il colloquio col NoKo non è ancora terminato, e nonostante tutto arrivo puntuale.
Ritorno: decido di prendere il 17.40. Ovviamente accumuliamo ritardo, e arriviamo ad Alessandria con più di 10 minuti di ritardo, ma questo è relativamente normale.

E arriviamo finalmente a oggi: parto col 6.47, che prendo alle 6.51 letteralmente al volo (inseguendolo in partenza – senza nemmeno sapere se fosse il treno giusto, dubbio risolto solo 20 minuti dopo quando ho notato che fortunatamente ero ad Asti – aprendo una porta al volo e tuffandomici dentro, per la gioia del capotreno che mi insultava da qualche punto che non ho riconosciuto), e che non so a che ora arriva (se qualcuno pensa che possa capire quel che succede attorno a me prima delle 11 è fuori strada), ma penso abbastanza puntuale. Torno di nuovo col 17.40. Peccato che, per il solito motivo sconosciuto, il 17.20 sia stato soppresso, e tutti i suoi passeggeri siano sul 17.40. Morale: TUTTI i posti a sedere occupati, e una concentrazione di gente in piedi ovunque come non avevo mai visto. Riesco a sedermi solo ad Asti. Arrivo con 7 minuti di ritardo, quindi praticamente in orario.

Ciliegina sulla torta: l’sms2go che mi arriva verso le 19.30, che mi segnala che venerdì 16 “la circolazione dei treni non (è) garantita causa protesta macchinisti”.

Bella la vita del pendolare, vero?